La conferma della sanzione UE a Google per il caso Android non è solo una questione antitrust: riguarda il rapporto tra potere tecnologico, mercato e democrazia. Nel digitale, la libertà dell’utente rischia spesso di essere solo apparente, perché esercitata all’interno di ambienti già costruiti, preinstallati e gerarchizzati.
È questo il punto al centro dell’articolo pubblicato su Domani, dedicato alla decisione della Corte di giustizia dell’Unione europea che ha confermato la multa da 4,1 miliardi di euro nei confronti di Google per abuso di posizione dominante.
La vicenda mostra come la tutela della concorrenza non riguardi soltanto i rapporti tra imprese, ma anche le condizioni concrete della libertà di scelta degli utenti. Quando una piattaforma controlla l’accesso alla ricerca, alla visibilità e all’informazione, il tema diventa inevitabilmente costituzionale.
La questione assume un rilievo ancora maggiore nell’attuale fase tecnologica, in cui l’intelligenza artificiale sta trasformando la ricerca online da elenco di link a risposta sintetica e apparentemente autorevole. Chi controlla la porta d’ingresso alla conoscenza incide, sempre di più, anche sul pluralismo, sull’opinione pubblica e sui diritti fondamentali.
La sfida, quindi, non è leggere la decisione come una contrapposizione tra Europa e Big Tech americane, ma come l’affermazione di una responsabilità necessaria: impedire che infrastrutture private diventino forme di sovranità senza adeguati limiti, trasparenza e controlli.





